Cervelli in fuga dall'Italia: una scelta obbligata
Parte 1
Migliaia di giovani laureati e dottorandi ogni anno lasciano il “bel Paese” alla ricerca di un posto come ricercatore all’estero. Il fenomeno dei “cervelli in fuga” è molto più complesso di quanto sembri.
Le condizioni alle quali i giovani laureati sono sottoposti sono spesso insostenibili: professioni sottopagate, contratti spesso precari, mancanza di fondi da investire e la lista potrebbe continuare.
La fuga dei cervelli affonda le radici nell’arretratezza del sistema universitario italiano, legato a logiche clientelari e nepotiste ben lontane dagli standard di meritocrazia prevalenti all’estero. La situazione è aggravata dal fatto che Le risorse da investire nella ricerca sono poche e, manca un reale rapporto tra università e mondo del lavoro. Negli ultimi tempi si è parlato della riforma Gelmini dell’università, che tra le diverse modifiche prevede un provvedimento per riportare in Italia i tantissimi cervelli in fuga.
Il fatto che giovani neolaureati e neodottorati vadano a lavorare in università e centri di ricerca di altre nazioni è fisiologico al giorno d'oggi, perché connaturato alla forte globalizzazione attuale della ricerca. I grandi centri di ricerca attirano giovani ricercatori da tutto il mondo.
In realtà il fenomeno della “fuga” è antico (basti pensare che negli anni Sessanta la gente del sud emigrava al nord), ma solo negli ultimi anni ha preso una piega allarmante.
Nel 1997, un rapporto dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha portato alla luce tre nuovi elementi che si sono aggiunti al brain drain, termine coniato dall’inglese per indicare l’emigrazione all’estero di persone altamente qualificate.
Il primo è quello del brain exchange, ovvero lo scambio dei cervelli. Tanti ricercatori escono e tanti ne entrano con uno spostamento equilibrato tra due paesi. A secondo delle vocazioni nazionali, questi movimenti possono essere sbilanciati in discipline e in settori produttivi diversi, ma anche se un paese si troverà più povero di risorse qualificate in un campo specifico, sarà più ricco in un altro.
Accanto al brain exchange troviamo il braincirculation, ossia un percorso di formazione, in cui ci si sposta all’estero per completare gli studi, si trova un lavoro sempre all’estero e, alla fine si torna in patria, dove si mettono a frutto le esperienze accumulate per occupare una posizione di maggior vantaggio. Lo studio e il lavoro all’estero sono tappe fondamentali per la formazione, ma non ne costituiscono il destino finale.
Infine l’ultimo fenomeno è il brain waste, lo spreco dei cervelli. In questo caso l’emigrazione non è fisica ma occupazionale, si tratta della perdita delle competenze derivata dallo spostamento di persone altamente qualificate verso impieghi che non richiedono l’applicazione delle cognizioni per cui sono stati formati, per intenderci, è il caso di un fisico che trova occupazione come agente di commercio.
Quando e come si può parlare di cervelli in fuga? Solo nel caso in cui il flusso di persone è fortemente sbilanciato in una sola direzione. In questo caso non si parla più di scambio, ma di drenaggio, poiché rappresenta una perdita di risorse umane per il paese di origine.
In Italia è esattamente quello che sta accadendo, non c’è nessuno scambio ma solo una fuga all’estero.
La fuga dei giovani cervelli all’estero non è solo una perdita di persona e di denaro spesi per formarli. Le innovazioni prodotte all’estero saranno proprietà dei Paesi in cui sono state realizzate. Il Paese di origine dei cervelli in fuga in qualche modo dovrà ricomprare questa tecnologia.
In Italia la classe politica ha dato poco peso al problema, sottovalutandolo e ignorandolo. La questione della fuga dei cervelli è scomoda, perché oltre ad essere un indicatore della condizione della ricerca di un paese, è anche un indicatore dell’atteggiamento della sua classe politica nei confronti della ricerca.
Un aiuto importante per quantificare la fuga dei cervelli all’estero dall’Italia arriva dalla loro principale destinazione, gli Stati Uniti. Le principali fonti per calcolare lo spostamento di capitale intellettuale sono fornite dall’ ISTAT (che censisce ogni anno chi si è cancellato dall’anagrafe perché si è trasferito all’estero) e le liste dell’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), gestita dal Ministero dell’Interno. Entrambi però producono numeri sottostimati, nel primo caso perché molti di coloro che vivono e lavorano all’estero conservano per lunghi periodi la loro residenza in Italia. Nel secondo caso l’iscrizione all’AIRE prevede un’iscrizione volontaria che non sempre viene fatta.
Tra il 1996 e il 2000, l’Italia ha “perso” più di 2700 laureati. Questa cifra potrebbe bastare a dichiarare che la fuga dei cervelli dall’Italia esiste ed è un’emergenza, ma occorre ricordare che si tratta di dati sottostimati, sufficienti a mostrare il pericolo ma non a fornire la misura completa.
Resta ancora da stabilire come stiano le cose per quanto riguarda la presenza di un brain drain inverso, ossia persone altamente qualificate che si trasferisce in Italia da altri Paesi. Nel 1999 il totale dei laureati italiani che lavoravano all’estero era del 2,3 per cento, mentre quello dei laureati stranieri che lavoravano in Italia era de 0,3 per cento, senza contare che i ricercatori stranieri che arrivano in Italia non è detto che vi rimangano.
Mobilità e fuga distinguono alcuni fattori cruciali. Il primo punto riguarda il periodo di assenza di un ricercatore dal suo Paese di origine, più lunga è l’assenza, più il Paese ospitante può avvantaggiarsi dell’opera del ricercatore. Anche l’età dell’emigrato è rilevante, perché ad inizio carriera il ricercatore passerà più tempo ad acquisire conoscenza piuttosto che a produrla. Tuttavia esiste anche la possibilità che un ricercatore ritorni al proprio Paese di origine portando con se l’esperienza accumulata all’estero.
In conclusione, lo scenario che ci si presenta è più che sufficiente per confermare l’esistenza di una grave fuga di cervelli in Italia. Per ricerca non va solo intesa la ricerca scientifica, bensì l’intera capacità d’innovazione di un Paese. La fuga dei cervelli ed il loro spreco indica la visione di un Paese che sta smarrendo il proprio futuro non riuscendo a stare al passo con i tempi.
Per dare voce alle centinaia di persone accomunate dalla condizione di talento in fuga dalla madrepatria è nato il blog “Cervelli in fuga”
Economia debole. Crisi delle Università e della Ricerca. Disoccupazione giovanile.
Invertendo l'ordine degli addendi, il risultato non cambia: la cosiddetta "fuga dei cervelli" è ormai entrata nel nostro vocabolario comune e non stupisce trovarne una voce esclusivamente dedicata anche su Wikipedia, cartina tornasole del sapere condiviso.
Il nostro Paese da anni racconta storie di giovani, promettenti figli degli atenei costretti ad emigrare altrove per dare un meritato sbocco professionale ai propri studi.
Ma perché l’estero? E dove, in particolare?
Intanto partiamo dipingendo la situazione attuale in Italia, ragionando su qualche cifra: secondo l’OCSE i lavoratori specializzati italiani emigrati all’estero per motivi di lavoro sono circa 400.000, pari al 7% dei laureati tricolori. La percentuale, confrontata con altri paesi come Gran Bretagna (17%) o Irlanda (addirittura il 34%) non è poi così alta, per una media nordeuropea che si attesta comunque intorno al 14%. Quindi alla fine questa fantomatica “fuga” non sarebbe poi così imponente, giusto? Sbagliato.
Se ci muoviamo nell’area specifica della ricerca scientifica, infatti, la situazione non lascia spazio a dubbi. Qui le percentuali sono completamente diverse: all’estero hanno trovato lavoro ben 20.000 ricercatori italiani, il 25% dei nostri laureati nel settore, andando così a costituire la comunità di scienziati europei più numerosa in America.
Mete preferite? Uno su cinque si è stabilito in Gran Bretagna, l’11% ha trovato un posto all’ombra della Porta di Brandeburgo, il 10% sta apprezzando alla fonte la bontà del cioccolato svizzero, mentre poco meno del 9% ha trovato asilo dai cugini transalpini, seguiti a ruota dagli Stati Uniti.
Negli ultimi due anni, la popolazione italiana residente all’estero è aumentata di 113 mila unità. E il fenomeno non stenta a rallentare: dati ISTAT del 2008 ci dicono che negli ultimi quindici anni la quota annuale di “cervelli in fuga” è raddoppiata.
Se si aggiunge a questo il fatto che, da noi, chi parte raramente torna all’ovile, ci si trova di fronte ad un copioso drenaggio di risorse a favore di altri paesi che – evidentemente – fanno soprattutto della ricerca scientifica e dell’hi-tech importanti voci di investimento. Proprio gli scarsi investimenti sono all’origine del più classico dei circoli viziosi: meno competitività, meno ricerca, meno ricercatori, meno competitività.
Ma le ragioni della “transumanza specializzata” sono anche altre. Innanzitutto, parliamo di stipendi: in Europa la prima busta paga per un laureato supera i 1.700 euro al mese nel 43 per cento dei casi. Da noi, tali cifre le vedono meno della metà dei possessori del “pezzo di carta”.
Senza dimenticare le prospettive di carriera, il tanto agognato posto fisso, il riconoscimento del merito e del proprio curriculum universitario, oltre ad un orario di lavoro definito.
Contromisure al fenomeno? Un decreto legge bipartisan approvato lo scorso dicembre dispone incentivi fiscali per agevolare il rientro di professori e ricercatori che hanno preferito trasferirsi all'estero è diventato legge. Si tratta della disposizione di crediti di imposta fino ad un massimo di 25.000 Euro l'anno per un massimo di tre, a disposizione di coloro che decidessero di tornare a lavorare nel Belpaese.
Basterà una soluzione triennale (o le iniziative di singoli atenei, non ultimo il programma di collocamento per neolaureati “JoEL”, stipulato tra Provincia di Lecce, Università del Salento e Confindustria Puglia) a risolvere un problema ormai strutturale? È davvero pronta la classe politica ad affrontare la sfida di una nuova generazione che ha legittimamente messo le proprie aspirazioni professionali di fronte al romantico amore incondizionato per la terra natìa?