Si pensa che ogni lingua dipenda dal proprio contesto sociale, cioè che ogni lingua rifletta la società nella quale si utilizza. Ciò significa che ogni cambio linguistico nasconde in realtà un cambio sociale, un esempio è la sempre più frequente espressione politically correct per riferirsi alla sensibilità rispetto a argomenti delicati. Per questo motivo, uno degli slogan più ricorrenti del movimento femminista degli anni Settanta era : “La libération des femmes passe par le langage”, ossia la liberazione della donna solo può essere raggiunta dopo la purificazione del linguaggio e soprattutto dei suoi usi.
È indubbio che i mutamenti linguistici richiedono molto tempo, ma sono comunque sintomatici di modifiche ideologiche e sociali. Per influenza della globalizzazione, si noti il sempre più frequente uso di anglicismi, che ormai sono entrati appieno nel vocabolario italiano, proprio in una lingua che fino a
pochi decenni fa continuava a difendere il suo purismo e grammaticalismo.
Proprio partendo dall’inglese possiamo notare come, nonostante gli sforzi e i traguardi raggiunti dal femminismo, il linguaggio non è ancora del tutto paritario. Infatti, considerando il caso della presunta neutralità dell’inglese, si avvalora anche la teoria secondo la quale dentro ad ognuno di noi esistono dei meccanismi inconsci che ci fanno categorizzare ogni elemento come maschile o femminile, anche in una lingua priva di genere come l’inglese appunto: prendiamo ad esempio “donna manager”, laddove la parola “manager” da sola, essendo neutra, potrebbe essere usata in qualsiasi contesto. A proposito, e si perdoni la parentesi, è proprio di qualche settimana fa la notizia secondo la quale l’Italia è uno dei pochi paesi della vecchia Europa in cui gli stipendi tra uomo e donna, nel caso soprattutto di lavori prestigiosi,
presentano ancora lievi differenze….
Ci sono inoltre contraddizioni semantiche, secondo le quali il significato di una parola acquisisce connotazioni diverse in relazione a un uomo e a una donna. Giusto per avere qualche idea, possiamo accennare alla differenza tra un uomo “passeggiatore” e una donna “passeggiatrice”, o all’espressione “uomo da strada” e “donna da strada”. Entrambi i modi di dire riferiti alla donna infatti rimandano direttamente al termine di “prostituta”. O come, le donne siano spesso l’obiettivo di “proverbi molto poco simpatici”: “donna al volante, pericolo costante!”
Non si tratta solo di creare una politica linguistica ugualitaria. Oggi come oggi molti stereotipi si sono cristallizzati nel nostro linguaggio, come riflesso di una società a dir poco arcaica. Giusto qualche giorno fa, durante una conversazione informale e dal carattere totalmente amichevole sui rimedi contro lo stress contemporaneo, un ragazzo ha affermato che la maggiore causa di questo problema si deve attribuire alla donna, in quanto non stando in casa, il marito si trova a fare molto più del semplice movimento delle dita tra i tasti del telecomando; deve infatti pensare ad abbassare la tavoletta del water e a tirare lo sciacquone….piuttosto che combattere contro un mostro con una bocca enorme, chiamato lavatrice! A parte scherzi, è quello della donna fuori di casa un discorso fatto e rifatto, e proprio il suo consumo logorato lo rende ancora più ridicolo. Le abitudini sociali stanno cambiando in linea con le crescenti possibilità di sviluppo personale; la famiglia di tipo patriarcale non esiste più e con la nostra cultura non potrebbe essere diversamente.
Le istituzioni non ci sono di aiuto...su 21 ministri, solo 4 sono “donne ministro”, contro ad esempio a un 9 a 9 del governo spagnolo (nel quale il vice di Zapatero è proprio una donna). Certo è che noi li battiamo tutti in tema di “ficaggine”…si sa, gli italiani sono sempre stati i più belli…da guardare!!!
Attenzione però. Con tutto quanto è stato detto non si vuole rischiare di cadere nella discriminazione opposta. Non si vuole infatti che tutte le parole siano femminilizzate, ma che perlomeno si mostri la volontà di eliminare tutti quegli usi stereotipati per i quali la donna sempre sarà inferiore, debole o puttana. Questo testo non va nemmeno inteso come puro atto femminista. Stesso discorso potrebbe essere fatto ad esempio riguardo agli usi linguistici discriminatori contro gli omosessuali o persone con problemi fisici o psichici.
Detto tutto ciò, verrebbe quasi da pensare che l’Italia si sia svuotata…meno male che gli ultimi dati Istat parlano di quasi 60 milioni di abitanti, cifra raggiunta soprattutto grazie agli immigrati. Quindi è vero che l’Italia è attualmente un paese di immigrazione, ma, contro alle eventuale invettive discriminatorie, è giusto ricordare che non solo l’Italia è stata un paese di emigrazione, ma in un certo senso continua ad esserlo anche adesso.
Già dobbiamo vergognarci in tutto il mondo per molte cose: il paese turistico per eccellenza che scaccia i turisti; un sistema politico che ormai ha perso da anni il senso politico; tifoseria che non si fa chiamare hooligans, ma che al contrario di questi ultimi ha bisogno delle barriere di separazione dal campo;
Uomini & Donne (che per fortuna esiste anche in altri paesi)….almeno per quanto riguarda gli aspetti sociali cerchiamo di stare al passo con i tempi!!!