"Italia... paese di santi, poeti e navigatori o della mignottocrazia?"
Parte 1
Se doveste mai fare un giro turistico per Roma, vi potrebbe capitare di imbattervi nel Palazzo della Civiltà del Lavoro, struttura architettonica simbolo del Novecento che ricorda l’imponente architettura del più celebre Colosseo. Sulla facciata di questo edificio leggereste l’iscrizione «VN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROIDI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATIDI NAVIGATORI DI TRASMIGRATORI» e, a quel punto, non potreste fare a meno di scoprire sul vostro volto un’espressione incredula o quantomeno interdetta. Siamo davvero noi? Il popolo di cui si ricordano gesta eroiche, pensieri illuminati, scoperte geografiche e opere d’ingegno?
Dove sono andati a finire gli ideali di “Genio politico”, “Ordine sociale”, “Lavoro onesto” e “Meritocrazia” che hanno fatto dell’Italia quella che ancora oggi osa definirsi “culla della democrazia e del diritto” con una sfacciata e (in)consapevole ipocrisia? Forse nelle mutande. Nelle mutande dei nostri consiglieri, dei parlamentari, dei conduttori televisivi, dei giornalisti, del nostro Presidente del Consiglio.
Torno a dire, è tutta una questione di mutande, tolte. Se le tolgono perché oggi sembra l’unico modo per fare carriera; perché pare che togliendole si abbia la possibilità di farsi pagare l’affitto, di ricevere regali, di fare serate nei locali, di guadagnare soldi a palate, e finanche di far passare per merito una colpa. Il gesto, elementare ma decisivo, di togliersele -le mutande- pare faccia acquisire di colpo un curriculum che fino a poco prima non si aveva (come si deduce dall’intervento di Berlusconi in diretta telefonica alla trasmissione condotta da Gad Lerner L’Infedele riferendosi a Nicole Minetti, Consigliere regionale della Lombardia: “Una splendida persona, intelligente, preparata, seria, si è laureata con il massimo dei voti, 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, è di madrelingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della Regione”).
Oggi purtroppo sembra essere così. Il punto è proprio questo, che È così. È così per tutti, anche per quelli che si scandalizzano fieri della loro onestà intellettuale, perché in fondo non c’è nulla di male a scoprire che sotto al tappeto c’è della polvere; ma anche se il tappeto è quello del Presidente del Consiglio? Ecco qua. Critichiamo un paese senza morale, ma troppo spesso dimentichiamo che il Paese siamo noi.
La “mignottocrazia”, termine coniato da Paolo Guzzanti e titolo del suo libro edito per Aliberti nel 2010, è diventata specchio di un’Italia che si arrende, silente, all’evidenza di una realtà inaccettabile, di un’Italia che non c’è. “Un sistema di potere basato su i corpi giovani e belli, le presenze attraenti, l’età bassissima -si scende a picco vertiginosamente fino ai vent’anni e anche sotto-. Un sistema di potere che butta a mare tutto quello che c’è stato prima e lo sostituisce con quei personaggi che abbiamo visto nelle prime file del congresso di inaugurazione del PDL, dove non c’erano i politici, c’erano delle signorine in minigonna, dei giovanottini di bell’aspetto, quella è l’Italia che vuole Berlusconi: gente senza memoria, solo tette e culo alto”, dice il giornalista ed ex senatore Pdl, che identifica questo come l’unico sistema di selezione delle classi dirigenti di oggi. C’è da chiedersi se abbia torto.
È sparita la gavetta politica, il giornalismo autentico, il voto onesto per far spazio a sempre più comprovate tresche, sotterfugi e corruzione. Noi, che eravamo il popolo della cultura, della democrazia e del lavoro ci stiamo svendendo per la pigrizia di pensarla diversamente, per la pigrizia di agire o anche solo di provare a informarci davvero.
La mignottocrazia non tocca soltanto i giochi di potere legati a quelli sessuali, ma anche tutti quelli che appoggiano, approvano, o fingono di non vedere. Emerge prepotente il servilismo della carta stampata, finanche quella di sinistra, degli imprenditori disposti ad accusarsi per salvare il “Re”, il direttore della Rai che telefona ad Annozero dissociandosi ma senza avere il polso di prendersi le sue responsabilità… Cos’è che spinge tutti al panico, al si salvi chi può, o meglio, al “si salvi chi sta con Silvio”?
Quello che deve far meditare è che l’opinione pubblica si sta avvelenando o per meglio dire abituando, assuefacendo ad un sistema che ha per prassi la violazione delle regole, delle leggi, delle coscienze, per lasciare il posto all’anarchia, o peggio, al sovvertimento delle regole stesse, e tutto questo è all’ordine del giorno, ma non stupisce più nessuno. C’è da chiedersi se, in quest’ottica, forse stiamo diventando tutti un po’ “mignotta”.
Quell’incisione sulle nostre nobili origini, riletta con gli occhi un po’ avviliti e disillusi di oggi, assume quasi la forma di un’amara derisione, nata dalla consapevolezza di aver riposto con troppa cura in fondo ai cassetti delle nostre coscienze il coraggio d’opinione e d’azione, come troppo vecchi e obsoleti valori, che sbiadiscono, e restano incisi solo sui palazzi.
Si potrebbe cominciare a fare un po’ di pulizia, partendo ognuno dal proprio cassetto.
11/02/2011
Alessia Maria Bruno
Parte 2
“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori.” Ecco come nel 1940 Benito Mussolini ricordava L’Italia su ogni facciata del Palazzo della Civiltà del Lavoro o semplicemente Colosseo quadrato.
E a distanza di poco più di settant’anni ne resta solo un ricordo, un ricordo che ogni italiano si porta addosso come un’enorme peso sulle spalle, un peso forse da cui è meglio “liberarsi” per purgarsi l’anima di fronte alla sua realtà.
L’Italia che apparteneva a Dante Alighieri, a Michelangelo, l’Italia di Colombo, Garibaldi, Giordano Bruno, Galileo, Pasolini, tutti uomini di grande audacia che con il “pensiero” riuscirono a cambiare il proprio tempo.
E, mentre sicuramente, con assoluta evidenza la storia cambiava il suo percorso, l’Italia ha sempre dovuto fare i conti con i suoi contrapposti culturali e si vede ora rimbalzare sulle mani di impuniti e di “puttanieri”.
Mignottocrazia: questo è il nuovo vocabolo coniato da Paolo Guzzanti con cui intende spiegare il tran tran politico corrente. L’attuale andamento che colpisce il Paese riassumendolo con la distruzione della dignità femminile.
Una dignità distrutta al fine di “piccoli regali”, di promozioni, l’annullamento della moralità esaltato e divenuto stile di vita.
Che, storicamente, molte autorità o potestà godevano della fama di grandi “puttanieri” è ormai cosa nota: basti pensare al ritratto parodico di Carlo Martello re dei Franchi di Paolo Villaggio. Cosa ancor più nota nella Roma antica, imperiale. Già allora i romani più agiati si riunivano nelle loro case circondati da “donne di classe” per soddisfare le loro voglie e sfuggire dal sudicio e volgare bordello. Anche se nell’antica Roma la prostituzione veniva vista tutt’altro che negativa e la sua pratica veniva esercitata da donne di diverse posizioni sociali: Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, a buon prezzo e per lo più insoddisfatta rincasava ordinariamente dai bordelli di Circo Massimo.
Oggi la storia, per l’ennesima volta, si ripete. Nella apocrifa televisione, nella “trasparenza” dei reality e negli articoli di cronaca appare una nuova visione della moralità, della politica, e perché no, della vita. Apparire per essere, e fare senza essere questa è la summa. Niente più Bocca di Rosa quindi, nessuna donna da incontrare oltremare nelle leggende dei marinai, nessuna ispirazione poetica dall’amore carnale. Tutto ciò che appariva immorale in tempi non molto remoti ritrova il fascino che ha sempre meritato, trovando vita in un malinconico ricordo che resta tale.
Colpa del pensiero occidentale, sicuramente responsabile, l’immagine che prende campo sopra ogni forma di concretezza restando fine a se stessa.
Mignottocrazia appunto, il sistema più sicuro, e allo stesso tempo dannoso, per apparire nello scenario quotidiano. Scenario di assoluta indipendenza dalla vita reale ma unico palcoscenico retributivo. Vero è che non c’è nulla di male ad usare il proprio corpo per arrivare al grande pubblico, il corpo femminile ha sempre trovato elogio in ogni forma d’arte, senza comunque passare da scandali o da promozioni. Non si tratta però di semplice prostituzione, quest’ultima ha altri fini, è una “prostituzione sociale” che ha come unico effetto l’esaltazione dell’imbecillità, una prostituzione ai danni della cultura in chiave decisamente opposta a quella sofistica. Come già detto, condizione questa figlia dell’attuale pensiero occidentale che non risparmia neanche le altre nazioni europee ed oltreoceano. Ma è proprio agli occhi dell’intero occidente che il nostro sistema perde giorno dopo giorno credibilità e affidabilità.
Si può quindi ancora parlare di un’Italia paese solo di santi, poeti e navigatori?
.…Il quadro politico e sociale confermano l’esatto contrario, un popolo, quello italiano, desueto alla verità, fatto di sacro e profano, ma soprattutto, e forse fortunatamente, ancora di miseria e sorriso.
L’ironia, a questo punto, si rivela l’unico mezzo d’accusa, di difesa e di salvezza da ciò che può diventare epilogo della civiltà, della cultura, dell’etica e soprattutto il trionfo della volgarità.